Sulle pagine regionali de ‘La Repubblica’ domenica 12 maggio Carlin Petrini nella sua rubrica ‘Storie di Piemonte’ ha dato spazio al balon con un articolo sul notaio Toppino. Eccolo.
Lui è il nodar. Il notaio. In Langa e nel Roero tutti lo conoscono così. In molti ignorano il suo nome, ma non la sua professione. Nelle vie di Alba o negli sferisteri, quando si sente chiamare «nodar» non è il caso di voltarsi, si tratta sicuramente di Vincenzo Toppino da Castellinaldo, 73 anni tra pochi giorni e due grandi passioni: il suo mestiere di notaio, appunto, e la pallapugno. Fa parte di quegli uomini che portano con sé e quindi trasmettono agli altri un ricordo, un paesaggio, un’emozione sempre e straordinariamente sua. Sia che si parli della professione o del rapporto con il territorio, sia che parli di vizio o virtù. Volendo, quindi, parlare del mio vissuto e dedicare, come faccio tutti gli anni, un articolo alla pallapugno questa volta non ho voluto raccontare un giocatore. Ho scelto un dirigente. Parlare di Toppino è anche rendere omaggio alle numerose persone che per passione, senza retribuzione (spesso rimettendoci di tasca propria) fanno sì che questo meraviglioso sport sopravviva. Sport che oggi ha anche un museo, ancora virtuale (è in cerca di una sede): www.museodelbalon. «Un viaggio per scoprire discipline che sono parte della cultura, della storia e della tradizione di vari popoli» come dice il suo ideatore Luca Giaccone. «Sono un notaio di campagna» così ama presentarsi Vincenzo Toppino. «Nella mia carriera iniziata alla fine degli anni Settanta, ho sempre privilegiato la clientela locale, concentrandomi maggiormente sulle problematiche di chi abitava o operava nelle mie terre». Il suo carattere semplice, “alla mano”, come si dice da queste parti, il suo stile di vita senza fronzoli, mette a suo agio chiunque: «Non indosso la cravatta, non cerco gli estetismi. Non voglio fare il saccente, far cadere le cose dall’alto. Ecco, questo per me vuol dire essere notaio di campagna». Il suo legame con il territorio lo porta sin da giovanissimo a contatto con la pallapugno: «Come tutti da queste parti ho praticato questo sport, e seguendo i grandi campioni del tempo, mi innamorai di Balestra. Aveva una potenza impressionante, ricordo che i giocatori che giocavano contro di lui usavano addirittura i parastinchi. Le sfide Manzo-Balestra riempivano gli sferisteri. Per me Balestra è stato il più grande. Andavo con lui, mi chiamava nudarin, non ero ancora notaio, ma mio papà sì, e io ero individuato come il piccolo notaio. Sono più di 50 anni che seguo la pallapugno e le sue alterne vicende». Uno sport che vive su grandi antagonismi: «Dopo Manzo e Balestra, Bertola e Berruti hanno monopolizzato questo sport per 20 anni. Poi una serie di giocatori bravi, ma non alla loro altezza. Adesso sembra che Campagno e Vacchetto possano nuovamente trasmettere grandi emozioni al pubblico, però andiamoci piano prima di innalzarli sull’altare dei campioni, devono ancora crescere». Quando parla di Bruno Campagno il suo viso si illumina. È il suo pupillo, voluto fortemente nella Canalese di cui Toppino è il gran patron: «Ho creduto in lui fin dall’inizio, quando faceva le giovanili a Caraglio: aveva già la stoffa del campione, anche se doveva essere ancora domato. Le cose stanno andando bene, anche, grazie al lavoro dello staff della società e soprattutto del direttore tecnico Ernesto Sacco, un uomo straordinario, un amico, il numero uno dei direttori tecnici». Prima di Campagno il suo idolo si chiamava Riccardo Aicardi, il mancino di Testico, attorno al quale costruì un progetto che andava oltre il momento agonistico: «Andai da tutti i sindaci del Roero a cercare la somma necessaria per ingaggiare Aicardi. Chiesi 1000 lire per ogni abitante. Credevo che una squadra forte di pallapugno, con un giocatore simbolo di onestà e pulizia morale, servisse all’immagine del Roero. Volevo mettere in piedi un team vincente per il territorio». Scommessa riuscita: «Conquistammo due scudetti». Il notaio non ha mai rifiutato di aiutare e premiare i giocatori, l’unica condizione era ed è l’impegno assoluto: «Per questo vorrei riscrivere una parte del Codice di giustizia sportiva per introdurre una sanzione disciplinare per scarso impegno. Il giocatore deve entrare in campo con la bava alla bocca. Perché, se le partite sono combattute e c’è impegno, la gente si appassiona e ritorna a frequentare gli sferisteri. Se c’è gente negli sferisteri ci sono più soldi e questo va anche a vantaggio dei giocatori perché oggi gestire una squadra di pallapugno è veramente dura. Se c’è spettacolo e pubblico, allora anche i media si accorgono di noi».
Naturalmente l’impegno è importante ma ci vogliono i giocatori: «E per questo – interrompe il notaio, animandosi – ci vorrebbero delle società serie che si impegnino nel settore giovanile. Bisogna investire sui giovani, stimolarli a fare squadra, a impegnarsi e, chissà, forse un giorno potranno avere degli ingaggi interessanti. Sono felice quando penso che a Canale abbiamo un ragazzo del mio paese che si chiama Cristian Gatto, di 13 anni, che ha tutte le caratteristiche per diventare un grande campione, e vederlo giocare è un gran divertimento. Assisto spesso a partite delle giovanili perché c’è spontaneità, passione: vedere un giovane che piange se perde o esulta in modo incontrollabile quando vince, è bello. Per questo sogno di fare una fondazione per aiutare i giovani a praticare questo sport: la questione economica sarà sempre più importante per il futuro delle società. La cosa non è semplice, bisogna che sia ben organizzata. Spero che l’amministratore sia una persona seria, perché mi dispiacerebbe vedere, da lassù, i miei sacrifici non andare a buon fine», dice ridendo. Un sorriso che contagia, soprattutto quando parla del Roero e del suo paese: «Sono nipote di un contadino-commerciante, una persona schietta, sincera. Però se mio padre ha studiato credo che molto lo si debba a un mio parente, Giuseppe Toppino, professore, ricercatore di storia e linguistica, amante dei dialetti, che fu anche sindaco del paese. Per mio padre il notaio era colui che evitare il falso ad ogni costo». O quasi. A volte le circostanze della vita prendono il sopravvento. Il lavoro da notaio lo ha assorbito completamente: ha fatto oltre 82000 atti. Nelle cose in cui crede ci mette l’anima e non solo. Lo ha fatto nella professione e nella pallapugno. Ora sogna di andare in pensione per poter ritagliare uno spazio per i suoi sentimenti. Se andate a vedere una partita di pallapugno – credetemi, ne vale la pena – e vi passa vicino un uomo con i cappelli arruffati, sguardo apparentemente assente, occhi maliziosi, con un cuscino in mano che va a posizionarsi solitario nella zona chiamata del ricaccio, per godersi meglio lo spettacolo, sicuramente è lui, il nodar. Lo chiamavano “il notaio”, il nome di tutta una vita (parafrasando Guccini): auguri nodar.
Carlo Petrini
LoSferisterio Il magazine della pallapugno e degli sport sferistici