martedì , 7 Luglio 2020

La notte di Augusto Manzo, l’ultimo re

Rileggendo Augusto Manzo, l’uomo, il mito, scritto da Giovanni Binda, abbiamo trovato questo articolo di Giovanni Arpino pubblicato su La Stampa il 19 agosto 1978.
Abbiamo deciso di proporvelo.
La notte di Augusto Manzo, l’ultimo re
Ormai si muove come un re, parla a voce bassa, dona un sorriso appena accennato. Sembra che il reale, quotidiano, il momento stesso non possano intaccarlo più. Se cammina ha l’andatura sciolta dell’atleta antico, se siede lascia che l’azzurro dello sguardo abbracci un mondo che non potrà mai dimenticare il suo campione, il suo re.
Augusto Manzo compie gli anni domani, domenica. Non fuma più le sue quaranta sigarette francesi al giorno. E senza soffrire. Semplicemente ha smesso, dopo una operazione dovuta ad un incidente d’auto. A tavola assaggia cibi, ma non prova gli stimoli pantagruelici di una volta, quando doveva alternare partite e tajarin, battute violente allo sferisterio e pinte di Dolcetto. È un re che sa e non sa di esserlo, è un mito vivente a cui tutti danno del tu, nei nostri dialetti.
Adesso è buio a Santo Stefano, i suoni del ballo e della giostra sembrano remoti, eppure la piazza è a pochi passi. I fanali dello sferisterio raccolgono i guizzi e i brividi di migliaia di falene, la gente si è seduta sulle panche, aspetta i vecchi leoni del pallone a pugno: si chiamano Gioetti, Sardi, Morino, gente che ha superato i quarant’anni o addirittura i settanta. Tronchi d’uomo che smuovono l’aria anche se stanno fermi. È una partita vista come un memorial, in ricordo di Giuseppe Manzo, il fratello del re, un campione anche lui, morto quarant’anni or sono in guerra. Una dozzina di sobrie coppe premieranno i vecchi leoni. E Augusto, il cavaliere, il Manzo che è tutto ciò che il pallone elastico piemontese fu, ora si annoda il polso destro, immenso, con la benda, lentamente. La gente lo guarda ancora come se avesse venti o quaranta primavere di meno, quando i contadini assistevano al rito, prima e dopo la partita, e Manzo colava sudori in una pozza attorno al corpo, quale un Ercole delle colline.
Stringe la benda con un ulteriore nastrino verde. E noi, a bassa voce, gli diciamo: non giocare, lascia perdere. Lui annuisce, per via del cuore ingrossato e anche della figlia, che si arrabbierà moltissimo, domani, leggendo del padre ancora sollecitato da quella sfera di gomma. Poi va sul battuto di cemento, gli altri attorno a lui, hanno capelli bianchi, bicipiti enormi, stomaci tesi. Si affronteranno in una gara di due ore, finiranno stremati e contenti a mezzanotte, senza risparmiare momenti di ironie, vampate di orgoglio agonistico, pezzi di bravura mischiati ad ansiti. Manzo ha dovuto farsi prestare i tradizionali pantaloni bianchi. Inizia con scarpe normali a costo di rischiare le caviglie, ma la classe si fa vedere. Fin quando il re srotola la benda, è chiaro che «non si è piaciuto», si porta ai bordi del campo a afferra il bastone dell’arbitro. Dirigerà nuove fasi avanti e indietro con quel suo passo felino, rispondendo alle battute del pubblico, che rincuora, rimpiange, osserva nella cappa afosa e umida della notte.
(…) A tavola, prima della partita, Augusto Manzo se ne sta silenzioso, beve persino un dito d’acqua. Ma dentro di lui governa i ricordi come un pastore che spinge avanti mandrie infinite e pacifiche nel silenzio di spazi che gli altri non possono penetrare. Parliamo di Paolo Rossi, campione anche lui, morto in primavera. Fu astuto con il pallone, con le donne, non disse mai no a un cibo, a una bottiglia, ad un invito a biliardo: vinceva sul tavolo di panno verde manovrando anche un ombrello al posto delle stecche. È morto dolorosamente, lui che diceva: «Vorrei crepare dando una battuta al volo nello sferisterio».
(…) Di pallone si dice quel poco che serve (…). Lo giocavano i forti, ma questi stessi forti diventavano teneri, impalpabili e quasi sbeffeggiati nei nomignoli grazie ai quali Filippa era Ghindu, Ferrari I Previot, Conterno I Basilch, Ollocco Madama e Ferro Bialera. La lunga carta d’identità del pallone non ha mai fornito un soprannome al suo re, ad Augusto l’intoccabile e l’invincibile.
«Ma no» sorride sottovoce Manzo: «Ho fatto vincere tanta gente». E lo dice con modestia non sapendo quasi il valore di quel ho fatto. Del resto lui poteva schierarsi con tre compagni scalcagnati, un sagrestano trovato all’ultimo momento, un farmacista smanioso di misurarsi, e vinceva ugualmente sopperendo allo sbandare dei soci e dei loro inevitabili errori.
(…) È quel pallone così fenomenico che Manzo porta nello sguardo, nel gesto che accenna appena, nell’eloquio quasi avaro. È un pallone come cadenza d’anima, oltreché di mercati e osterie e cortili e sferisteri e muri di chiesa dove si batteva al rimbalzo. È un pallone visto come destino muscolare, certo, ma soprattutto come idea e scienza di balistica paesana. Lo si legge ancora nel volto di Manzo, che avrebbe potuto, diventar dieci volte protagonista, o centromediano juventino o cursore di mezzofondo o lanciatore del disco e invece scelse quella sfera di centosettanta grammi per obbligo naturale e scelta della sorte.
(…) La notte finisce, c’è tempo per un bicchiere, per un saluto, per gli ultimi due passi nel paese dove le automobili della giostra giacciono immobili nei loro colori. Poi Augusto Manzo ci guarda andar via: fermo come un castagno, i pantaloni bianchi che fanno macchia nel buio, le rughe scolpite che si consegnano all’occhiata degli amici in partenza. Non ci diciamo più niente: del resto non esistono parole per salutare un re. la cui corona è una traiettoria, una stella cometa di palloni che grandinano in ogni spazio di cielo langarolo.

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