02 gennaio 2008
Si parte all’epoca dei Romani, ai loro giochi (il ludus pilae cum palma o la pila palmarum) "sopravvissuti" per molti secoli, quando si giocava sotto i bastioni delle città utilizzando un "bracciale" di legno. Città italiane ospitano ancora i fasti del glorioso passato di questo sport: famosa per esempio è l’Arena Sferisterio di Macerata. Siamo tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento: il pallone con il bracciale era di casa nelle corti principesche italiane. Un "nobile esercizio e convenientissimo ad uom di corte", tanto che divenne ispirazione per quadri ed affreschi: la prima testimonianza si può trovare nella "Sala dei giochi" del Castello di Ferrara, opera voluta dal duca Alfonso II d'Este. Ed alla corte sabauda? Il "padre" può essere considerato Emanuele Filiberto: fu più legato all'Europa che all'Italia; nel suo periodo di vita trascorso al seguito di Carlo V e Filippo II, conobbe le realtà cortigiane di Germania, Fiandre e Spagna. Era sicuramente appassionato di pallone, ma non del bracciale come i suoi "colleghi" italiani: ci sono testimonianze che lo vedono impegnato in sfide con Alvarez del Toledo, duca d'Alba o con lo stesso Carlo V, appassionato di "balletta". Quando tornò nei suoi Stati, e siamo a metà del Cinquecento, Emanuele Filiberto continuò a giocare: non si sa bene quale specialità, ma, vista la sua attitudine, si può pensare che preferisse la pelota spagnola al bracciale italiano. Resta il fatto che a fine Cinquecento il pallone era diffuso in tutto il Piemonte: a Torino e nelle città di provincia (Venaria, Casale, Mondovì e Cuneo) furono aperti numerosi "trincotti", veri campi da gioco al coperto che ricordano i "trincot" francesi per lo "jeu de paume" (genitore anche del tennis) ed i "trinquete" spagnoli per la pelota. Era una vera passione anche per il popolo, che lo giocava nella strade con il bracciale. Tutto questo scatenò dibattiti all'interno della Chiesa che si domandò "quali giochi di palla fossero leciti o meno ai bravi cristiani". Di fatto nelle piazze si continuò a giocare: impossibile fermare un gioco che lo stesso duca Carlo Emanuele II giocava quotidianamente. Tra il Seicento ed il Settecento ci fu un cambio: il gioco fu visto come necessario per lo sviluppo fisico dei giovani. Anche le autorità ecclesiastiche cambiarono il loro atteggiamento, sebbene qualcuno, come il vescovo di Mondovì, monsignor Casati, continuò a rimanere ferocemente avverso ai giochi. Restarono i problemi degli spazi: anche l’Accademia Reale ritagliò uno spazio al suo interno per il gioco della palla, ma era la strada, la piazza il luogo principe per il gioco. Non senza problemi: a Mondovì i commercianti della contrada di Sant'Agostino chiesero l'intervento del governatore per fermare il gioco del pallone perché "i colpi sgraziati" colpiscono ed atterrano i passanti, costringono a chiudere le botteghe e se i palloni entrano dalle finestre nelle case vengono pretesi a gran voce. Nello stesso periodo a Fossano sono invece i giocatori a far sentire la loro voce per evitare che venga costruito un balcone sulla strada a fianco del Duomo, in quanto esso avrebbe reso impossibile il gioco. Insomma il pallone entra nella vita dei paesi piemontesi, anche perché se nell'Italia centrale si iniziarono a costruire gli sferisteri, nello Stato sabaudo si continuò a dare ragione ai giocatori. È nell'Ottocento che il pallone si trasferisce dalle piazze agli sferisteri. L'11 agosto 1854 il Consiglio Comunale di Alba soppresse il gioco nella piazza del Duomo per le lamentele dei proprietari degli immobili a causa dei tanti danni subiti: così, pochi mesi dopo, l’avvocato Mermet decise di costruire, con un contributo di 2000 lire di allora, un campo da gioco che ancora oggi è uno degli sferisteri più noti. Nel 1867 anche Torino pensò ad un proprio sferisterio: il Consiglio Comunale stanziò 24.500 lire per il nuovo impianto che fu realizzato in corso Vinzaglio. 130 metri di lunghezza e 25 di larghezza con muro d'appoggio, gradinate, spogliatoi, caffè e birreria. Lo sferisterio torinese ebbe una breve vita: nel 1876 un violento temporale fece crollare una parte del muro d'appoggio: ne approfittarono altre discipline come la ginnastica e le corse di velocipedi che occuparono la struttura di corso Vinzaglio. Un brutto colpo per il balon, ma la mobilitazione popolare fu immediata, anche se solo nel 1895 Torino ritrovò il suo sferisterio realizzato in via Napione. Per l'inaugurazione si giocò con il pallone "grosso" toscano ed al cordino. Lo sferisterio diventa luogo di incontro e di passione: lo si legge nelle pagine di Edmondo De Amicis (a lui fu dedicato il campo di Torino in via Napione), ma anche di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio. Si iniziano così anche a codificare le regole del gioco (il regolamento "speciale pel nuovo giuco del pallone di Torino" è del 10 aprile 1868): le misure, la composizione delle squadre (in origine erano solo tre i giocatori), il modo di colpire la palla, il punteggio (si giocava sia al cordino che con le cacce). E ci furono anche i primi campioni riconosciuti: dall'astigiano di Portacomaro, Giuseppe Cerrato, conosciuto come Battista, a Filippo Galinòt Gallina da Santo Stefano Belbo, ad un altro astigiano, Domenico Bussotto. Veri professionisti, pronti a partire per Bologna per l'ingaggio di una sfida, ma anche per l'Argentina per far conoscere il pallone oltreoceano. Il pallone diventò un affare, con impresari che organizzavano le partite, i giocatori che non mancavano di insultarsi, e soprattutto tanta gente pronta a tifare e scommettere con tanto di totalizzatore. Ma si continuò a giocare anche in piazza: il rituale era piuttosto consolidato. Un paese contro un altro, con i sindaci ed i parroci in testa a guidare la spedizione in modo da garantire lo svolgimento della partita. Il pallone elastico nasce a cavallo tra Ottocento e Novecento: il pallone di cuoio lascia spazio alla palla di gomma ed il bracciale viene sostituito da una protezione più agevole fatta di fasce e cuoio. Artefice di questo passaggio epocale fu Alberto Laferrere, astigiano di Cisterna d'Asti, che seppe cambiare il modo di giocare grazie alla sua capacità nel palleggio. Avversario di turno era Giuseppe Filippa, Ghindo di Cravanzana come meglio era conosciuto, altro grande eroe popolare tanto da meritarsi nel 1909 una canzone tutta per lui. Il pallone estatico ben presto prese il posto del bracciale nell'interesse di tutti. E c'erano le premesse per organizzare un campionato. Nel 1911 a Torino si giocò una partita tra Alba e Mondovì: un vero esodo con tantissimi tifosi arrivati in due treni speciali, uno da Alba, l'altro da Mondovì. Alba si presentò con i suoi giocatori migliori, Michele Revello e Teobaldo Cigliutti, Mondovì con una squadra capitanata da Riccardo Fuseri. Vinsero gli Albesi, l'anno successivo si arrivò al primo campionato di pallone elastico (con partita unica agli 11; prima si “andava” ai 22), organizzato dalla “Gazzetta del Popolo”: questa volta a Torino vinse Fuseri che regalò ai Monregalesi i primi quattro scudetti della storia del balon. Ma la massima espressione arrivò negli anni Trenta con l'ascesa di Augusto Manzo, il “campionissimo” per tutti. L'atleta di Santo Stefano Belbo era capace di vincere nei campi di pallone elastico come in quelli toscani o marchigiani del bracciale. Un grande campione che vinse otto scudetti (il primo nel 1932, l'ultimo nel 1951), ma soprattutto in grado di catalizzare l'interesse degli appassionati. Ci riuscì grazie anche al dualismo con Franco Balestra, il ligure di Tavole, più giovane di Manzo di qualche anno che in breve tempo seppe con il suo gioco ritagliarsi il ruolo di rivale numero uno. E così le sfide tra i due campioni diventarono leggendarie, portando il pallone elastico ad una popolarità impensabile. Probabilmente la partita più sentita tra i due fu quella del 16 novembre del 1952, quella che assegnava lo scudetto. Le cronache parlano che nello sferisterio di via Napione a Torino gli spettatori erano oltre seimila, arrivati da tutte le parti di Piemonte e Liguria. Ma il pallone elastico andò avanti nei dualismi. Furono Felice Bertola e Massimo Berruti a raccogliere questa eredità, vincendo tra il 1965 ed il 1981 ben diciotto scudetti. Anche in questo caso due stili diversi: Bertola più forte ed astuto, Berruti più tecnico e spettacolare. Di fatto i due diedero una svolta al balon, portando una maggiore "professionalità" a questo sport. Preparazione atletica, allenamenti mirati: furono loro a mettere la basi sul balon di oggi dove si curano gli aspetti come in qualsiasi altro sport.Commenti degli utenti
robino62 - 26/05/2009 16:41
Imperia 21-09-07 in piazza del Duomo hanno giocato al "balun" Bertola, Balestra, Arrigo, e tanti altri
http://www.youtube.com/watch?v=m-0LtRpH2Z0

Inserisci un commento
Tutti i campi sono obbligatori